Pressione alta e alimentazione: perché dopo qualche settimana si molla
Caro Faffiner,
magari ti è successo di persona oppure te l’ha raccontato qualcuno di casa: vai dal medico per un controllo, lui ti misura la pressione, la rimisura dopo qualche minuto perché il primo numero non lo convince e alla fine ti dice che è alta.
A volte ti prescrive subito qualcosa, altre volte ti chiede di misurarla a casa per un paio di settimane e di tornare con i valori scritti su un foglio. In ogni caso, prima che tu esca dallo studio, aggiunge una frase che ti accompagna per tutto il viaggio di ritorno: bisogna rivedere l’alimentazione, ridurre salumi e carne rossa e soprattutto togliere il sale.
E così, un po’ in preda al panico, quella sera stessa parte la rivoluzione: : la saliera finisce in fondo allo scaffale, al supermercato compri il sale iposodico che prima non avevi mai guardato, la pasta ti sembra di cartone ma la mangi lo stesso, e inizi a guardare come un nemico il prosciutto nel frigo.
«Doc, i primi tempi ero bravissimo. Poi, non so nemmeno quando e come, sono tornato a mangiare come prima.»
Una condizione che non si sente
Se ti riconosci in questa frase sei in ottima compagnia e per capire perché succede a così tante persone bisogna partire da una caratteristica un po’ subdola della pressione alta, cioè il fatto che nella maggior parte dei casi non dà nessun fastidio. Tanti la scoprono per caso, durante una visita fatta per tutt’altro motivo o misurandola in farmacia mentre aspettano il proprio turno.
Pensaci un attimo: quando hai mal di schiena è la schiena stessa a ricordarti ogni mattina di fare attenzione a come ti pieghi. Con la pressione invece di solito non c’è niente che ti richiami all’ordine. A volte, soprattutto quando i valori sono molto alti, può comparire qualche mal di testa, che però si tende ad attribuire alla stanchezza o allo stress. Il resto del tempo ti senti come sempre e intanto, anno dopo anno, la pressione continua a pesare sul cuore e sui vasi sanguigni. Ecco perché il medico la prende sul serio anche quando tu ti senti benissimo.
«Ma io sto davvero bene, Doc. Non mi sembra di avere niente.»
E ci credo, anzi è una bella notizia. Solo che stare bene oggi dice poco su come starai fra qualche anno. Quando la pressione è alta il cuore deve spingere il sangue con più forza a ogni battito, un po’ come una pompa che lavora sempre al massimo. Anche le pareti delle arterie ricevono una spinta continua che con il tempo le rende più rigide. È uno sforzo silenzioso che va avanti per anni ed è per questo che il lavoro che fai a tavola adesso serve proprio a proteggere quel futuro.
L’impegno dei primi giorni
Quando qualcuno mi racconta di essere tornato a mangiare come prima, quasi sempre si colpevolizza, come se gli fosse mancata la forza di volontà. Quello che succede è molto più umano: dopo una diagnosi arriva una specie di allarme interno che ti fa stringere su tutto, quell’allarme dura qualche settimana, poi la pressione migliora (o ci pensa il farmaco a tenerla a bada), il medico ti dice che va meglio e il motivo che ti teneva così concentrato piano piano si allontana. Nel frattempo la tua vita è rimasta quella di prima, con gli stessi orari e le stesse cene fuori e le vecchie abitudini si riprendono il loro spazio senza chiedere il permesso.
In pratica quella dei primi giorni era una reazione e una reazione dura finché dura l’emergenza. La pressione alta però è una compagna di viaggio che resta per anni, per cui il modo di mangiare che la tiene in ordine deve riuscire a stare dentro una settimana qualunque, anche quelle storte. Se ci pensi è la stessa dinamica che porta tanta gente a ricominciare la dieta da zero ogni volta, solo che qui c’è di mezzo un valore che il medico ti ha chiesto di tenere d’occhio.
C’è un dato che mi piace condividere, perché fa capire quanto contano anche i cambiamenti piccoli. Una meta-analisi pubblicata sulla rivista Hypertension, che ha messo insieme i risultati di numerosi studi clinici, ha osservato che per ogni chilo perso la pressione si abbassava in media di circa 1 mmHg, sia la massima sia la minima (fonte). È una media e ogni persona risponde a modo suo, però dà l’idea di quanto anche qualche chilo in meno possa fare la differenza per chi ne ha bisogno.
Il sale che non vedi
C’è poi un dettaglio che nei primi giorni quasi nessuno considera, e che rende tutta quella fatica meno utile di quanto sembri: il sale che aggiungi tu in cucina è una parte piccola di quello che mangi in una giornata. Il grosso arriva già dentro i cibi, nel pane, negli affettati, nei formaggi stagionati, nei sughi pronti, nella pizza del sabato sera e nel panino preso di corsa al bar.
Prova a fare un giro mentale in una tua giornata normale: due fette biscottate a colazione, a pranzo un panino col prosciutto, mentre prepari la cena un pezzetto di parmigiano per assaggiare, poi pasta al pomodoro con un po’ di pane per la scarpetta. La saliera magari non l’hai neanche sfiorata, eppure il sale ti ha accompagnato dalla mattina alla sera. L’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia di restare sotto i 5 grammi al giorno, e con una giornata del genere ci arrivi vicino, o vai oltre, senza essertene accorto.
«Quindi devo eliminare tutte queste cose?»
Ti basta capire dove si concentra il sale nella tua settimana, perché è da lì che conviene partire. Se il panino al bar è quasi un rito quotidiano, lavorare su quello ti cambia la giornata molto più che togliere il pizzico dall’acqua della pasta; se il momento difficile è la cena, quando arrivi a casa stanco e apri il frigo, si parte dalla cena. E se mangi spesso al ristorante puoi continuare a mangiare fuori tranquillamente, basta sapere dove guardare.
Un’altra cosa che sorprende sempre i miei clienti è che il gusto si abitua. Se riduci il sale un po’ alla volta, nel giro di qualche settimana i piatti ti sembrano di nuovo saporiti, e il giorno in cui assaggi qualcosa cucinato come prima lo trovi salatissimo. Togliere tutto da un giorno all’altro trasforma ogni pasto in una piccola rinuncia, e le rinunce alla lunga stancano chiunque.
Due parole sul sale iposodico
Visto che è quasi sempre il primo acquisto dopo la diagnosi, vale la pena spendere due righe anche su di lui. Il sale iposodico ha meno sodio perché una parte viene sostituita dal potassio, e per molte persone è un aiuto concreto; prima di usarlo tutti i giorni, però, parlane con il tuo medico, perché con alcuni farmaci per la pressione, e in caso di problemi ai reni, quel potassio in più va valutato con attenzione.
E ricordati che resta comunque sale: se ne metti il doppio pensando «tanto è iposodico», buona parte del vantaggio va a farsi benedire.
La pressione dipende anche da altro
Del sale si parla tanto, ed è giusto, e accanto a lui ci sono altri pezzi del puzzle. Frutta, verdura e legumi portano potassio, che aiuta il corpo a gestire il sodio e chi ne mangia con regolarità tende ad avere valori di pressione migliori. Poi c’è il peso: se il medico ti ha detto che perdere qualche chilo aiuterebbe, è perché le due cose vanno a braccetto, e anche qui fa una bella differenza il modo, visto che un calo graduale ha molte più probabilità di restare. Contano anche l’alcol e quanto ti muovi nell’arco della giornata.
Messa così sembra una lista infinita di cose da sistemare tutte insieme, e se provi a farlo davvero è il modo più veloce per ritrovarti a stringere e mollare. Con i miei clienti facciamo il contrario: scegliamo da dove partire guardando la loro vita vera, per cui c’è chi comincia dal pranzo in ufficio e chi dalla cena quando rientra tardi la sera, e il resto arriva dopo, un passo alla volta.
Quando la settimana va storta
Prima o poi capita a tutti: la cena di lavoro, il matrimonio del cugino, qualche giorno di trasferta in cui mangi dove capita. Dopo una diagnosi questi momenti pesano il doppio, perché al classico senso di colpa per lo sgarro si aggiunge la paura di aver fatto un danno alla propria salute.
«Doc, sabato ho mangiato salato tutto il giorno. Ho rovinato tutto?»
La risposta che do sempre è che una giornata più salata del solito non cancella il lavoro delle settimane prima. Quello che conta davvero è cosa fai al pasto successivo: puoi tornare semplicemente alle tue abitudini, oppure aspettare il lunedì per ricominciare bene, magari con un paio di giorni di restrizione per rimediare. Con la seconda strada ti ritrovi dritto nel giro del tutto o niente, lo stesso che dopo la diagnosi ti aveva fatto partire a mille e poi mollare.
Rientrare dal pasto dopo, con calma e senza drammi, è una cosa che si impara: all’inizio ti serve qualcuno che ti aiuti a farlo, poi a un certo punto ti accorgi che ti viene da solo.
Alimentazione e farmaci, insieme
«Se mangio meglio, posso smettere le pastiglie?»
È una delle domande che mi sento fare più spesso da chi ogni mattina prende il ramipril, il losartan, l’amlodipina o un diuretico, cioè alcuni dei farmaci più prescritti per la pressione. La risposta è che la terapia la decide e la modifica il tuo medico. L’alimentazione lavora al suo fianco: migliorare le abitudini fa parte della cura della pressione e il medico ne terrà conto quando valuta i tuoi valori. Per questo il farmaco si sospende o si riduce solo se è lui a dirtelo, anche quando ti sembra che vada tutto bene da un pezzo.
Io mi occupo di costruire insieme a te un modo di mangiare che riesci a portare avanti, lui tiene d’occhio valori e terapia, e le due cose funzionano quando si parlano.
C’è anche un altro motivo per lavorarci. Nessuno sogna di prendere una pastiglia ogni giorno per il resto della vita. Quando le abitudini migliorano davvero, a volte il medico può decidere nel tempo di rivedere la terapia. Non succede a tutti e non è una promessa: resta una possibilità che vale la pena costruirsi, sempre insieme a lui.
Un cambiamento che regge
Quando la salute ti chiede di cambiare, il rischio è vivere i primi mesi come una dieta stretta da cui prima o poi esci. Gestire la pressione nel tempo vuol dire arrivare ad avere abitudini che tengono anche nelle settimane piene o quando sei a cena fuori e ci si arriva costruendole un pezzo alla volta, aggiustandole quando la vita cambia, finché un giorno ti accorgi che sono diventate semplicemente il tuo modo di mangiare.
Nei miei Percorsi di Affiancamento 1:1 lavoro anche sulla pressione alta proprio per questo: serve qualcuno che ti stia accanto mentre porti il cambiamento dentro la tua vita, che ti aiuti a rientrare quando sbandi e che faccia in modo che tu non debba ripartire da zero ogni volta.
Prenota una Call Conoscitiva, è gratuita: mi racconti la tua situazione e vediamo insieme come lavorarci.
Alla prossima, Faffiner!
il Doc



