Colon irritabile: perché la dieta che ti ha fatto stare meglio non doveva durare per sempre

“Dottore, ho tolto le cipolle, i legumi, il latte, le mele, il pane… adesso sto meglio, ma non so più cosa mangiare.”

Caro Faffiner, se questa frase ti somiglia anche solo un po’, questo articolo è per te.

Perché è vero, spesso togliere funziona. Il gonfiore scende, i dolori si diradano, l’intestino la smette di dettare l’agenda della giornata. Il problema non è il momento in cui togli, è quello in cui dovresti ricominciare a mettere. E quel momento, nella maggior parte dei casi, non arriva mai.

Prima una cosa importante: la diagnosi non è tua.

La sindrome dell’intestino irritabile è una condizione vera, riconosciuta, con criteri diagnostici precisi. Non è “un po’ di colite” e non è una cosa che si stabilisce da soli leggendo un elenco di sintomi.

Dolore addominale ricorrente, alterazioni dell’alvo tra stitichezza e diarrea, gonfiore che peggiora nel corso della giornata: sono segnali compatibili, ma sono anche segnali che condividono con parecchie altre condizioni. La diagnosi la fa il medico, e la fa soprattutto escludendo quello che va escluso.

Ci sono segnali che non vanno mai gestiti a tavola: sangue nelle feci, perdita di peso non voluta, anemia, febbre, sintomi che ti svegliano di notte, comparsa dopo i cinquant’anni, familiarità importante. Se c’è uno di questi, il primo passo è il medico, non il supermercato.

Detto questo, se una diagnosi ce l’hai già, andiamo al punto.

Il protocollo che quasi nessuno finisce.

L’approccio alimentare più studiato per l’intestino irritabile è la dieta a basso contenuto di FODMAP, sviluppata alla Monash University. FODMAP è un acronimo che indica un gruppo di carboidrati che l’intestino tenue assorbe male: arrivano nel colon, i batteri li fermentano, si produce gas. In una persona sensibile, quel gas diventa dolore e distensione.

Funziona. Ed è documentato che funziona in una quota consistente di persone.

Ma qui c’è il punto che voglio farti arrivare, e ti chiedo di leggerlo due volte: quel protocollo ha tre fasi, non una.

La prima fase è l’eliminazione, che dura poche settimane, non anni. Serve a capire se i sintomi rispondono, punto.

La seconda fase è la reintroduzione: si rimettono i gruppi di alimenti uno alla volta, in quantità crescenti, osservando cosa succede. Serve a scoprire quali ti danno problemi e a che dose, perché quasi mai la risposta è “tutti” e quasi mai è “mai più”.

La terza fase è la personalizzazione: si costruisce il tuo modo di mangiare, che tiene fuori solo quello che serve tenere fuori e nelle quantità che servono davvero.

“E se io mi fossi fermato alla prima, dottore?”

Ecco. Sei in ottima compagnia.

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Perché ci si ferma alla prima fase.

Il motivo è banale e umano: la prima fase è quella in cui stai meglio.

Dopo mesi o anni di pancia gonfia, dolori e imprevisti, arriva un periodo in cui finalmente stai bene. A quel punto, chi te lo fa fare di rimettere le cipolle e rischiare di tornare come prima?

Poi c’è la seconda ragione, meno confessabile ma più diffusa: spesso nessuno ti ha detto che esisteva una fase due. Hai ricevuto la lista degli alimenti da evitare e sei stato lasciato lì, con la sensazione che quella fosse la cura e non l’inizio di un percorso.

E la terza è che reintrodurre è complicato. Va fatto un gruppo alla volta, con dosi progressive, aspettando i tempi giusti tra un test e l’altro e tenendo traccia di quello che succede. Da soli, senza qualcuno che ti dica cosa stai osservando, diventa un pasticcio in cui non si capisce più niente.

Il prezzo di restare nella fase uno.

Ti dico cosa succede a chi resta in eliminazione per anni, perché è la cosa che vedo più spesso.

L’alimentazione si impoverisce. Non è un dettaglio estetico: molti alimenti ad alto contenuto di FODMAP sono anche le principali fonti di fibra fermentabile che nutre il microbiota intestinale. Toglierli tutti, a lungo, non è neutro per l’intestino che stai cercando di proteggere.

La lista si allunga. Ogni volta che un sintomo torna, la reazione automatica è togliere qualcos’altro. Nessuno rimette mai niente. Dopo due anni la lista ha venti voci e metà non c’entrano niente.

La vita si restringe. Le cene fuori diventano un problema, i viaggi diventano un problema, mangiare a casa di qualcuno diventa un problema. E l’ansia da sé, senza scomodare la fisiologia, sull’intestino ha un effetto ben documentato: peggiora i sintomi.

Il risultato paradossale è questo: hai tolto sempre di più e stai un po’ peggio di quando avevi tolto poco.

Il piatto non è l’unica leva.

Un’altra cosa che voglio dirti, perché tende a passare in secondo piano rispetto agli elenchi di alimenti.

L’intestino e il cervello si parlano di continuo, e nell’intestino irritabile questa comunicazione è centrale. Vuol dire che i periodi di stress intenso, il sonno insufficiente e le giornate completamente sregolate incidono sui sintomi quanto e a volte più di quello che hai nel piatto.

Contano anche cose molto concrete: la regolarità dei pasti, la velocità con cui mangi, la dimensione delle porzioni singole, il movimento quotidiano. Sono le stesse leve per tutti, ma il peso di ciascuna cambia da persona a persona, ed è per questo che il consiglio uguale per tutti su questo tema funziona così poco.

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Come si riparte, se sei fermo da tempo.

Se ti sei riconosciuto in questo articolo, la buona notizia è che non hai buttato via niente: la fase due si può fare anche a distanza di anni.

La cosa che ti serve non è l’ennesimo elenco. È qualcuno che ti aiuti a rimettere in discussione la lista che hai in mano, un pezzo alla volta, per capire cosa era davvero un problema e cosa ci era finito dentro per prudenza o per caso.

È un lavoro lento, fatto di prove, osservazioni e correzioni. È esattamente il tipo di lavoro che nel Percorso di Affiancamento 1:1 facciamo insieme: non ti do una lista nuova, ti insegno a leggere le tue reazioni e a decidere di conseguenza, così che alla fine la gestione sia tua.

Perché l’obiettivo non è stare bene evitando quasi tutto. È stare bene mangiando il più possibile.

Alla prossima!