Cosa succede quando la dieta finisce: la parte che nessuno ti insegna.

Caro Faffiner, oggi voglio farti una domanda un po’ scomoda.

Non ti chiedo quante diete hai iniziato, perché quella è la domanda che ti fanno tutti e la risposta la sai già.

Ti chiedo un’altra cosa: come sono finite?

Non come sono andate mentre le seguivi, perché probabilmente sono andate bene. Ti chiedo cosa è successo dopo, nelle settimane in cui il foglio con gli schemi era ancora attaccato al frigo ma tu avevi ricominciato a mangiare come prima.

“Dottore, ma io in quel periodo non stavo facendo niente di sbagliato… semplicemente non stavo più seguendo niente!”

Esatto. Ed è proprio lì che voglio arrivare.

Le diete finiscono. Tutte.

Prima di andare avanti, mettiamoci d’accordo su una parola.

Quando in questo articolo scrivo “dieta” intendo quello che intendiamo tutti nel parlare comune: uno schema da seguire per un certo periodo, con le sue regole, per arrivare da qualche parte. Il significato originale della parola è tutt’altro, indica il modo in cui una persona si alimenta, punto. Ma è inutile fare i pignoli: quando dici “sono a dieta” stai parlando della prima cosa, non della seconda.

Ed è proprio quella la differenza tra dare una dieta e fare educazione alimentare, che è il lavoro che faccio io. Nel primo caso ti do delle regole valide per un periodo. Nel secondo ti insegno a mangiare e a quel punto il periodo non serve più.

Detto questo, partiamo da un fatto che nessuno dice mai ad alta voce: ogni schema alimentare ha una data di scadenza.

Non perché sia fatto male, ma perché è nato per accompagnarti in un tratto di strada preciso. Ha un inizio, ha un obiettivo e, prima o poi, ha una fine. È normale che sia così.

Il problema non è che finisca, il problema è cosa ti resta in mano quando finisce.

Se quello che ti resta è un foglio da riprendere in mano “quando avrai bisogno”, allora quel percorso ti ha dato un risultato, non uno strumento. E i risultati, senza strumenti, hanno la brutta abitudine di tornare indietro senza che tu te ne accorga.

“Quindi dottore, dopo la dieta serve il mantenimento?”

Ecco, sul “mantenimento” ci fermiamo un attimo.

Ti dico subito come la penso, anche se è una posizione che non piace a tutti: io la parola “mantenimento” non la uso.

Non è una questione di lessico, è che quella parola porta dentro un’idea che secondo me è sbagliata alla radice. Se esiste un mantenimento, vuol dire che prima c’era una fase “dieta” e che ora c’è una fase “non dieta”. Due mondi separati, con due regole diverse.

E se ci sono due mondi separati, tu passerai la vita a spostarti dall’uno all’altro. Dentro, fuori, dentro, fuori. Che poi è esattamente la sensazione di ricominciare sempre da zero di cui ti ho già parlato, vista da un’altra angolazione.

Non esiste un dopo. Esiste solo il modo in cui mangi, che a un certo punto smetti di dover controllare perché hai capito come funziona.

“Detta così sembra facile, dottore… ma come ci si arriva?”

Ottima domanda. Ci arrivo.

Il giorno in cui il foglio non c’è più.

Ripensa a com’era mentre seguivi il piano.

Le quantità erano scritte. I pasti erano decisi. Se avevi un dubbio guardavi il foglio, e il foglio rispondeva. In quelle settimane, tu non hai preso quasi nessuna decisione alimentare.

Non è un rimprovero, è una constatazione. Anzi, all’inizio è proprio il bello: hai una struttura chiara e non devi pensarci.

Il problema arriva il giorno in cui quella struttura non c’è più e ti trovi davanti a domande che non hai mai affrontato da solo.

Quanto ne metto nel piatto stasera.
Ho saltato il pranzo e sono le quattro del pomeriggio, adesso cosa faccio.
Questa settimana sono fuori casa tutti i giorni, come mi organizzo.
Ieri sera ho mangiato molto più del solito, stamattina come riparto.

Sono domande banali, quotidiane, che una persona che sa gestirsi risolve in tre secondi senza nemmeno accorgersene.

Tu però non hai mai imparato a rispondere. Hai imparato a seguire, che è una cosa diversa.

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“Cavolo dottore… non ci avevo mai pensato in questi termini.”

Seguire e imparare non sono la stessa cosa.

Qui c’è il nodo di tutto, quindi fermati due secondi.

Quando segui un piano, l’informazione ce l’ha chi te l’ha scritto. Tu esegui. Funziona benissimo finché la realtà somiglia a quello che era previsto sul foglio.

Quando invece impari, l’informazione passa a te. E quello che hai in mano non è più un elenco di cose da fare, ma la capacità di capire cosa fare in una situazione che nessuno aveva previsto.

La differenza si vede solo nel momento in cui la vita si mette di traverso. Chi ha seguito si blocca, perché non ha istruzioni. Chi ha imparato improvvisa e improvvisa bene.

Ecco perché due persone possono fare la stessa identica dieta con lo stesso identico risultato, e ritrovarsi in due situazioni completamente diverse un anno dopo.

La parte lenta, quella che non si vede.

Ti dico una cosa poco spendibile sui social: questa fase è noiosa.

Non si vede sulla bilancia. Non produce foto del prima e del dopo. Non regala quella scarica di soddisfazione che senti nelle prime settimane, quando ogni giornata perfetta è un piccolo trionfo.

È fatta di conversazioni. Di “perché secondo te quella settimana è andata storta”. Di cene fuori e vacanze affrontate mentre succedono, invece che evitate. Di scelte che fai tu e che poi commentiamo insieme, anche quando sono state “sbagliate”. Anzi, soprattutto in questo caso, perché è lì che si impara qualcosa.

Ed è per questo che quasi nessuno la fa: perché è lenta, perché non si vende bene e perché richiede mesi in cui apparentemente non succede niente di spettacolare.

Ma è l’unica parte che decide se tra due anni sarai ancora tranquillo o starai cercando la prossima dieta.

“Dottore, ma quindi come faccio a capire se un percorso mi sta insegnando qualcosa o mi sta solo dando delle regole?”

Tre domande da fare a chi ti segue.

Questa è la parte pratica, prendi appunti.

La prima: cosa succede quando il percorso finisce?
Se la risposta è “ti do delle indicazioni generali”, sappi che quelle indicazioni ti dureranno più o meno tre settimane.

La seconda: mi state spiegando perché, o solo cosa?
Se ti viene detto di fare una cosa e chiedi il motivo, la risposta deve esserci e deve essere comprensibile. Se il perché non te lo spiegano, stai eseguendo.

La terza: in questo percorso ci sono momenti in cui decido io?
Se per tutta la durata le scelte le fa qualcun altro, tu al momento del distacco sarai esattamente al punto in cui eri il primo giorno. Con qualche chilo in meno e nessuno strumento in più.

E se le risposte non ti convincono?

Allora quel percorso ha una scadenza già scritta dentro. Ti porterà da qualche parte e poi ti lascerà lì.

Non è colpa tua se è successo le volte scorse. Non è stata la forza di volontà, non è stata la costanza, non è stato il fatto che “tu sei fatto così”. È che ti hanno insegnato metà del lavoro e la metà mancante è proprio quella che serve per andare avanti da solo.

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Un messaggio finale per te, Faffiner.

Se dovessi tenere una sola cosa di tutto questo articolo, tieni questa: il tuo obiettivo non è trovare la dieta giusta, è arrivare al punto in cui non ti serve più nessuna dieta.

Non perché avrai raggiunto un traguardo, ma perché saprai gestirti. Saprai cosa fare la settimana storta, la sera fuori, il periodo di stress, il viaggio di lavoro. Non come applicazione di una regola, ma perché avrai capito come funzioni tu.

Nel Percorso di Affiancamento 1:1 è la parte su cui insisto di più, ed è anche quella che spiazza chi arriva convinto di dover ricevere un piano e basta. Ci sono mesi in cui non tolgo e non aggiungo niente: ti chiedo di scegliere tu, e poi ne parliamo insieme.

Questo settembre ti propongo di ripartire. Ma ti prometto che è l’ultima partenza da zero che farai in vita tua.

Alla prossima, Faffiner!

 

Fino al 25 settembre puoi entrare nel Percorso di Affiancamento 1:1 ad un prezzo diverso dal solito. La call conoscitiva è gratuita e serve a capire se ha senso lavorare insieme.

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